I diritti dei figli dei conviventi di fatto sono i medesimi di quelli nati da coppie di genitori coniugati.
I genitori (sposati, conviventi, separati o divorziati) devono in ogni caso provvedere al mantenimento dei propri figli (così come a dar loro assistenza morale, cura ed istruzione), in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la capacità di lavoro professionale o casalingo.
Enunciato il sopra esposto principio, il problema diventa la quantificazione del contributo di ciascun genitore al mantenimento del figlio. Non esiste, infatti, un criterio matematico per calcolare l’importo del contributo periodico dovuto dal genitore, occorrendo considerare una serie di fattori ai quali non sempre è possibile attribuire una valore economico.
Al fine di sopperire a tale lacuna, la legge individua le situazioni che devono essere prese in considerazione dal Giudice al fine della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento per i figli. Dette situazioni sono:
• le esigenze attuali del figlio, ossia le concrete necessità quotidiane e prevedibili del minore, gli esborsi quotidiani per la sua cura (cibo, vestiario, cure sanitarie, ambiente domestico, ecc.);
• il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori;
• i tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore;
• le risorse economiche di entrambi i genitori;
• la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
A tale importo dovrà, poi, essere aggiunto l’obbligo di ciascun genitore di contribuire nella misura del 50% al pagamento delle spese straordinarie relative ai figli, costituite dagli esborsi legati a necessità occasionali o imprevedibili, non quantificabili preventivamente (spese mediche, ecc).

Approfondimento a cura di Renata Pilello.

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