Errore Medico – Responsabilità sanitaria: domande e risposte.

A cura di: avvocato Roberto Sparpaglione

“Mio marito è stato operato di artroprotesi all’anca destra a ottobre del 2018. Adesso, a distanza di oltre sei mesi dall’intervento, è vero che mio marito non ha più il male all’anca che aveva prima ma, oltre a dover usare il bastone per spostarsi, soffre di dolori al ginocchio e alla gamba destra, sia da fermo che quando cammina e finisce che non può muoversi o ha problemi al lavoro. Si è fatto visitare già due volte ma i medici che lo hanno operato non sanno a cosa attribuire il problema e dicono solo di avere pazienza. Io ho il sospetto che qualche cosa non sia andata bene. Che cosa mi consiglia di fare?”

“Mio padre è stato ricoverato ed operato per neoplasia polmonare. Sennonché nel corso dell’intervento pare essersi verificata la lesione del nervo frenico che gli ha compromesso la funzionalità respiratoria e lo ha condotto a morte dopo sei mesi di sofferenze. Io e mio fratello vogliamo che sia accertata l’eventuale responsabilità del chirurgo che ha operato nostro padre: come dobbiamo procedere?”

“Nel corso della mattinata nella quale mia moglie fu ricoverata con diagnosi di iniziale travaglio di parto si verificò più volte la comparsa di “decelerazioni tardive” del battito cardiaco fetale riscontrate nel tracciato cardiotocografico. Ciò nonostante, anziché accorgersi dell’insorgenza di una sofferenza fetale e dare subito corso all’intervento chirurgico, i medici presenti optarono per manovre mediante applicazione di ventosa e tentarono di far nascere la bambina con l’utilizzo del forcipe, ritardando così il parto cesareo che veniva effettuato solo mezz’ora dopo. La bambina veniva trasferita immediatamente all’Ospedale di …….. in stato di coma al quale seguiva, due giorni dopo, il decesso per edema cerebrale.  A causa di quanto è successo mia moglie è caduta in un profondo stato depressivo che ha condotto alla nostra separazione. Vogliamo essere risarciti di tutte le sofferenze che abbiamo subìto. Qual è la strada da percorrere? A chi rivolgerci?”


Queste e altre sono le domande che vengono generalmente poste all’avvocato che si occupa di malasanità ed errore medico. Come avvocato che si occupa di diritto sanitario invito tutti coloro che ne avessero interesse a rivolgermi liberamente le loro domande in questa materia: a tutti cercherò di dare una risposta. Per intanto, è opportuno conoscere almeno i rudimenti della responsabilità medica e la strada da percorrere. Per questo ho scritto il breve vademecum che segue.


L’errore medico e la responsabilità sanitaria: Vademecum per la vittima di malasanità.

Sempre più spesso leggiamo sui giornali di casi di malasanità, di disorganizzazione delle strutture, di errori medici, di diagnosi errate o ritardate e di terapie sbagliate che hanno coinvolto i pazienti creando loro danni a volte anche gravi.

Probabilmente, se fosse capitato anche a voi, se riteneste di essere stati vittime di errori o disattenzione e di danni, forse non vi interesserebbe leggere un articolo che vi spieghi che l’attività medica rientra nelle professioni intellettuali e che è regolata dall’articolo 2230, o se la responsabilità del sanitario vada considerata contrattuale o extracontrattuale e si applichi la previsione dell’articolo 1176 in rapporto all’articolo 2236 e così via.

Forse, prima di tutto, vi interesserebbe capire come e cosa fare e trovare un avvocato che conosca bene la materia, che vi consigli e dia le giuste indicazioni, che vi dica che rischi ci sono, a che tempi e a che spese si va incontro per tutelare la propria posizione e, infine, vi chiarisca che tipo di risarcimento è possibile ottenere.

Vorrete, insomma, avere i consigli corretti, che chiariscano la situazione e che, oltre al danno, non vi espongano alla beffa.

Ecco quindi un sintetico vademecum.

Quando si ha errore medico?

In linea generale, si ritiene che ci sia errore sanitario ogni qualvolta, dopo essersi affidato al medico o alla struttura sanitaria, il paziente veda peggiorato, anziché migliorato, il suo stato di salute.

Ovviamente, il peggioramento del quale parliamo deve consistere in un risultato negativo del tutto inaspettato e non certo in effetti collaterali gravosi ma prevedibili perché connaturati alla terapia e transitori.

Parliamo quindi di una lesione del “bene salute” del paziente.

Da ciò deriva la risposta alla prima domanda: anzitutto il paziente deve dimostrare l’esistenza della lesione alla sua salute e che l’aggravamento delle sue condizioni è la conseguenza dell’azione o dell’omissione colposa del medico o delle carenze della organizzazione sanitaria in un rapporto di causa\effetto.

Quando c’e’ colpa del medico o della struttura

La condotta è colposa quando l’attività medico-sanitaria è stata attuata con negligenza, imperizia o imprudenza.

Per negligenza, si intende il fatto che il medico abbia agito con disattenzione o superficialità (è ciò che si verifica, ad esempio, quando il medico ometta di accertare con scrupolo la situazione del paziente, non prescrivendo esami, di routine o specialistici, o trascurando la sintomatologia o ritardando cure e interventi e, in una parola, quando non agisca come sarebbe normale aspettarsi da un professionista coscienzioso).

Si parla di imperizia quando il medico abbia invece agito senza la necessaria capacità e preparazione tecnica: è il caso che si verifica allorché il medico intervenga sprovvisto della competenza necessaria, sbagliando diagnosi o intervento o gestione della cura.

Si avrà invece imprudenza nel fatto del medico che abbia travalicato i limiti di cautela che vanno sempre rispettati: è il caso del sanitario che abbia agito con fretta o con ritardo o adottando soluzioni azzardate o inadeguate al caso specifico, e senza valutare i rischi della sua azione.

In ogni caso, spetta al Paziente dimostrare la colpa nell’attività medico-sanitaria.

Quali sono i casi di responsabilità sanitaria?

Abbiamo visto che rientra nella responsabilità sanitaria ogni lesione alla salute psico-fisica del paziente, che provenga dalla colpa del singolo medico, dell’équipe medica, del personale paramedico, oppure dalla carenza strumentale o organizzativa della struttura sanitaria.

I casi più frequenti di responsabilità sanitaria sono, evidentemente, quelli di errata diagnosi o di errata terapia, intesa quest’ultima come qualunque attività (chirurgica o meno) mirata alla guarigione del paziente. Si tratta quindi di ogni genere di prestazione medica, diagnostica, preventiva, ospedaliera, terapeutica, chirurgica, estetica, riabilitativa per come eseguita da medici e personale di qualunque specializzazione e campo e quindi comprensiva dell’opera degli infermieri, degli assistenti sanitari, dei tecnici e del personale in genere.

All’errore del medico curante vanno poi affiancati tutti i casi di insufficienza o carenza organizzativa della struttura sanitaria, sia che si tratti di mancata assistenza, sia che si abbia inidoneità dei macchinari, dell’apparato o del personale.

Come si da la prova

Anzitutto raccogliendo tutta la documentazione che riguarda lo stato di malattia, gli accertamenti svolti, la diagnosi, il trattamento, la terapia o l’intervento subito dal paziente. Va insomma documentato l’iter al quale il Paziente è stato sottoposto.

All’avvocato andranno quindi forniti:

  • la o le Cartelle cliniche, che l’Ente è obbligato a rilasciare entro pochi giorni dalla richiesta dell’interessato;
  • le ricevute e gli scontrini delle prestazioni mediche;
  • i risultati di eventuali visite e/o analisi svolte;
  • le lastre, gli esami ed i certificati della sua situazione e del suo percorso diagnostico e terapeutico.

Toccherà poi all’avvocato richiedere ad un consulente specializzato nella patologia della quale soffre il paziente, di verificare tutta la documentazione e, sulla base delle condizioni attuali della persona, di chiarire se davvero esista una relazione fra l’operato medico-sanitario e il danno accusato dal Paziente.

Cosa occorre sapere?

Una causa per responsabilità sanitaria è una cosa seria, che va affrontata in modo responsabile e con la consapevolezza dei suoi rischi, delle sue fasi e dei suoi costi.

Anzitutto occorre quindi diffidare di chi “ci prova”, di chi vi dice che è tutto gratis, di chi dice di vincere sempre e di chi vi promette risarcimenti milionari: sono tutti errori che si sommano al danno che avete già subito.

Ottenere il giusto risarcimento comporta del tempo (variabile), dei costi ed una serie di attività.

La richiesta di risarcimento inizia normalmente con una lettera indirizzata al medico e alla struttura ritenuti colpevoli dell’evento, lettera con la quale si espongono i fatti, si contesta la responsabilità, si chiede il risarcimento e si sollecitano medico e struttura ad attivare le rispettive compagnie assicuratrici, affinché le stesse, esaminata la situazione, possano formulare un’offerta risarcitoria congrua.

Se la lettera non sortisce effetto, il percorso giuridico obbliga il Paziente, assistito dall’avvocato, a tentare di trovare un accordo con il medico e la struttura “colpevoli”.

Ci sono due possibilità alternative: la prima è promuovere il procedimento di mediazione, che consiste nel tentativo di trovare un accordo stragiudiziale attraverso l’opera di un mediatore che, sentite le Parti e verificata la situazione, propone una soluzione economica che ha carattere transattivo e che le Parti sono libere di accogliere o meno.

L’alternativa è il cosiddetto “accertamento tecnico preventivo” e cioè la richiesta al Tribunale di nominare un consulente tecnico, vale a dire un medico specialista che, sulla base della documentazione e dell’esame del paziente, indaghi sulla responsabilità e poi tenti anch’egli la conciliazione fra le Parti.

Qualora, con la mediazione o con l’accertamento tecnico preventivo, l’accordo non venga raggiunto, si può procedere, sempre con l’assistenza di un avvocato, davanti al Giudice Civile aprendo una vera e propria causa per ottenere una sentenza di condanna al risarcimento del danno.

Che spese ci sono?

L’azione per ottenere il risarcimento del danno non è gratis, benché molti siti e pubblicità su internet lo facciano pensare indicando di agire gratuitamente. Anche qui si tratta di capire: un avvocato o un’associazione che “difende i Pazienti” possono anche prestare inizialmente la loro opera gratuitamente, perché sperano in una lauta parcella successivamente; ma un conto è non chiedere anticipi sugli onorari, mentre un conto molto diverso è che avvocati ed associazioni anticipino poi davvero anche le spese vive al posto del proprio cliente. Non solo: in questi casi la fretta di incassare o di “rientrare nei costi” potrebbe portare ad accordi frettolosi e stralciati, nei quali il “consulente” potrebbe essere più attento al proprio onorario che al giusto risarcimento in favore del paziente.

Le spese, dunque. Come detto, occorre anzitutto dar vita o al procedimento di Mediazione oppure all’Accertamento Tecnico Preventivo. La mediazione ha un costo iniziale sicuramente contenuto in quanto varia da 40 a 80 euro secondo che il risarcimento chiesto dal Paziente sia inferiore o superiore ad euro 250.000.

Dopo il primo incontro con il mediatore, se le Parti decidono di proseguire nel percorso di mediazione ed arrivano ad un accordo si avrà una spesa anch’essa variabile in funzione del valore del risarcimento. Ad esempio, qualora il valore della domanda fosse compreso fra € 25.00,00 ed € 50.000,00 e la mediazione avesse esito positivo occorrerebbe pagare al mediatore circa € 600.

Se invece le Parti non arrivassero all’accordo, dovrebbero comunque pagare una indennità di poco inferiore.

L’Accertamento Tecnico Preventivo impone invece di depositare subito il contributo unificato (una marca da bollo, in sostanza) di 380 euro più una marca da 27 euro, dopo di che si dovrà pagare la parcella del perito medico nominato dal Giudice per l’attività che egli deve prestare.

Come detto, questi due procedimenti precedono la causa vera e propria: se pertanto, tramite la Mediazione o l’Accertamento Tecnico, non si arrivasse ad un accordo, occorrerà dare vita al giudizio di fronte al Tribunale: in tal caso, bisogna pagare allo Stato un ulteriore “contributo unificato”, anch’esso di costo variabile in funzione del valore del risarcimento che viene chiesto.

Per proseguire nell’esempio già fatto, qualora si chiedesse al medico o alla struttura sanitaria un risarcimento per un valore compreso fra €. 25.000 ed €. 50.000 euro, occorrerebbe anticipare allo Stato un contributo unificato di €. 518.

Nel corso della causa occorrerà poi necessariamente dare corso ad una perizia: il Giudice nominerà un proprio consulente tecnico che esaminerà il paziente, le cartelle cliniche ed ogni documento per formulare un giudizio specialistico su quanto è successo. Il consulente tecnico andrà pagato per l’importo che decide il giudice e la sua spesa viene addebitata in parti uguali al Paziente e all’Istituto o al Medico. Al perito del Giudice è spesso opportuno affiancare un perito del Paziente che controlli e coadiuvi l’attività del perito del Giudice: occorrerà quindi affrontare anche la spesa del proprio perito.

E’ vero che, in caso di vittoria nella causa, tutte queste spese saranno rimborsate dal medico o dalla struttura sanitaria (e dalle loro assicurazioni), ma è bene sapere che si tratta di spese da anticipare.

A tutto questo si aggiungono i costi del proprio difensore, che è bene farsi indicare con un idoneo preventivo prima di affrontare qualsiasi percorso.

Che cosa si può ottenere

Probabilmente tutti diremmo che non c’è denaro che paghi la salute. Il diritto, però, funziona diversamente e monetizza quel danno secondo Tabelle precostituite e non certo secondo la stima che, del proprio corpo, della propria mente o della propria sofferenza viene fatta dal Paziente vittima di malasanità.

Le Tabelle (le più usate sono quelle del Tribunale di Milano) mettono in relazione i punti percentuali di invalidità permanente riportata dal Paziente con un valore monetario per ogni punto e il tutto in rapporto all’età del soggetto.

Per fare un esempio, un uomo di 40 anni che, a seguito di errore sanitario, avesse riportato una invalidità permanente del 12% (dodici punti di invalidità) avrebbe diritto ad un risarcimento di circa €. 30.000, fatta salva la particolarità del caso che potrebbe aumentare il risarcimento fino a circa €. 40.000. Questo valore remunera sia l’invalidità permanente che il cosiddetto danno morale e cioè la sofferenza; ad esso si aggiungerà il risarcimento per i giorni di invalidità temporanea (che corrisponde, sostanzialmente, alla convalescenza e che viene calcolata dando un valore massimo di circa 120 euro al giorno per ogni giorno di invalidità totale e poi diminuendo percentualmente quel valore al diminuire della percentuale di invalidità). Ovviamente saranno poi aggiunte tutte le spese che il Paziente potrà documentare.

PERCHÉ L’AVVOCATO?

Non è tanto “perché l’avvocato?” quanto “quale avvocato”.

L’avvocato è necessario perché così vuole il codice e perché, normalmente, sa come e cosa fare per districarsi fra le regole e le procedure. Più difficile è trovare l’avvocato adatto a sé e al proprio caso. Il consiglio, quindi, è uno solo: cercate competenza e chiarezza.

Non è tutto chiaro? Ci sono ancora dei dubbi?
Provate a contattarci e probabilmente ve li chiariremo.

Approfondimento a cura di Roberto Sparpaglione.

Per maggiori informazioni sull’argomento è possibile contattarlo direttamente all’indirizzo roberto@sparpaglione.it