La convivenza di fatto: un vademecum

A cura di: avvocato Roberto Sparpaglione

Sempre più coppie scelgono di iniziare il loro rapporto di convivenza senza sposarsi, né civilmente né religiosamente. Al di là della motivazione (che sia di risparmio almeno iniziale di oneri, che sia non credere nel vincolo coniugale o sia per mancanza di impronta religiosa), la convivenza di fatto resta però ancora parzialmente nebulosa per quanto riguarda i diritti e i doveri dei componenti della coppia. Molto spesso, infatti, i due conviventi si “accontentano” del sentimento, e su quello fondano la loro unione (ciò che induce a credere che il rapporto si svolgerà sicuramente sotto i migliori auspici, con una stretta comunione di intenti e senza alcun rischio), senza confrontarsi invece con la realtà sociale (il numero di coppie che si dividono è altissimo e le conseguenze importanti) e con la realtà giuridica (i conviventi di fatto, fino al 2016, non hanno mai ricevuto una specifica tutela).

Sennonché, per avere un’idea dei rischi insiti nella convivenza, basta chiedersi cosa accadrebbe, in caso di separazione, dei denari usati dalla coppia per spese comuni e dei beni acquistati da entrambi in funzione della convivenza, o se le spese fatte dall’uno o dall’altro andranno rimborsate, o chi potrà tenere la casa presa in affitto o se il convivente proprietario dell’immobile può “sloggiare” il partner senza preavviso, o se ci si può prestare assistenza ed avere informazioni in caso di malattia o ancora se si hanno diritti ereditari e così via.

Come si vede, il regime di convivenza ha sempre posto vari interrogativi e tutti di notevole spessore e non ha certo facilitato la vita dei partners non solo nel tempo di armonia della coppia ma, a maggior ragione, laddove l’unione fosse venuta meno. E’ chiaro infatti che, anche senza voler essere pessimisti, un regime di unione non formalizzato com’è invece il matrimonio si poteva anche prestare ad abusi e situazioni di forza difficilmente gestibili là dove il buon senso non avesse avuto la meglio.

Solo di recente, e cioè con la Legge Cirinnà (la legge del maggio 2016 che ha normato le unioni civili e le convivenze) le convivenze hanno assunto una fisionomia concreta nel panorama giuridico, tale da renderle pressoché del tutto simili, nei diritti e nei doveri, a quanto è previsto per le coppie unite in matrimonio.

Vediamo dunque cosa è opportuno sapere e, soprattutto, come fare a regolare quanto non è previsto dalla legge.

Anzitutto è bene partire dalla definizione: si considerano conviventi “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”. Ovviamente quell’unione, per essere giuridicamente rilevante, deve formarsi tra persone “non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile“.

E’ chiaro quindi che la definizione di convivenza data dalla legge Cirinnà non può adattarsi a chi, in qualche modo, sia ancora vincolato ad una precedente unione, che si tratti quindi di persona separata ma non ancora divorziata, o di partecipante ad altra convivenza o ad unione civile.

E’ subito importante notare che la convivenza non riguarda solo persone di sesso opposto ma anche persone dello stesso sesso che non abbiano optato per l’unione civile e cioè per la forma di unione che, per le coppie omosessuali, ricalca oggi sostanzialmente il matrimonio.

Nella sostanza, una coppia di fatto è costituita da due persone, dello stesso sesso o meno che, pur legate sentimentalmente e pur abitando nel medesimo luogo, hanno deciso di non formalizzare il loro rapporto con un matrimonio o un’unione civile.

Anzitutto si consideri che la coppia di fatto esiste ed è tutelata dal diritto in tanto in quanto i suoi componenti abbiano dato concretamente vita ad uno stabile legame affettivo con una stabile convivenza, anche senza che quella convivenza venga formalizzata, come previsto dalla legge, attraverso una registrazione anagrafica. Quest’ultima è infatti prevista dalla legge a titolo di “accertamento” della stabile convivenza, cioè di prova, del legame anche giuridico costituito dalla coppia, ma non serve per la costituzione ed il riconoscimento della sua esistenza e stabilità.

Si vuol dire che i diritti previsti dalla legge Cirinnà sono tali anche per le coppie di conviventi che non hanno formalizzato la loro unione: per quelle coppie sarà però più difficile e non immediato dare la prova della convivenza e fruire quindi dei diritti per esse previsti.

Poiché quindi la dichiarazione anagrafica rappresenta appunto una facilitazione della prova dell’esistenza di una coppia di fatto, è buona norma procedere alla costituzione della famiglia anagrafica, cosicché la semplice richiesta dello stato di famiglia, nel quale si vedrà iscritto il partner, renda subito evidente di fronte ai terzi il rapporto fra i due conviventi e ne chiarisca immediatamente i diritti.

Come si procede? E’ semplice: i due conviventi dovranno recarsi all’ufficio anagrafe del Comune ove risiedono e, sui moduli rilasciati dallo stesso Comune o preparati dalla stessa coppia con l’aiuto di un avvocato, dovranno rilasciare la dichiarazione anagrafica di nuova convivenza: dovranno cioè dichiarare di essere conviventi e di costituire una coppia di fatto coabitante al medesimo indirizzo. Ciò dà diritto ad ottenere il certificato di stato di famiglia e cioè il documento che attesta l’unione.

Cosa prevede la legge.

La legge Cirinnà ha previsto esplicitamente quali diritti vengono riconosciuti ai conviventi e li ha elencati così:

  • I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario: sostanzialmente il diritto di visita in carcere.
  • In caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari.
  • Ciascun convivente di fatto può designare l’altro, in forma scritta o con un testimone, quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati:
    a. in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute;
    b. in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.
  • In caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.
  • Il diritto di cui sopra viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.
  • Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.
  • Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.
  • Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato».
  • In caso di interdizione o inabilitazione del partner, nel ricorso deve essere indicato il nome del convivente di fatto ed anche a questi vanno fatte le notifiche del caso.
  • Il convivente di fatto può essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora l’altra parte sia dichiarata interdetta o inabilitata ai sensi delle norme vigenti ovvero ricorrano i presupposti di cui all’articolo 404 del codice civile.
  • In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo, nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite.

Fin qui quello che la legge prevede.

Altrettanto importante è però chiarire cosa non è regolato dalla Legge e quindi cosa conviene che i conviventi, almeno a titolo prudenziale, stabiliscano fra loro.

La legge non prevede, ad esempio, il modo in cui ciascuno dei conviventi parteciperà alle spese comuni ed alle necessità di vita o contribuirà con il lavoro domestico o extradomestico; ugualmente la legge non dispone circa il regime patrimoniale della coppia, cioè la separazione o la comunione dei beni, per decidere quale sarà la destinazione dei beni acquistati dai partners durante la convivenza; ancora, non è indicato il modo con il quale la coppia risolverà i rapporti patrimoniali al momento della fine della convivenza per evitare le tipiche liti conseguenti alla rottura del rapporto.

Come regolare gli aspetti trascurato dalla legge? Il contratto di convivenza.

La legge chiarisce che “i conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza” che deve essere necessariamente redatto in forma scritta con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato.
In sostanza, la vita patrimoniale della coppia troverà le sue personali regole e un regime giuridico incontrovertibile soltanto scrivendo un contratto di convivenza, e cioè un atto formale che raccolga le decisioni dei partners sull’impostazione economico-patrimoniale della loro vita in comune, mentre essa si svolge e quando dovesse cessare di esistere, nonché sul modo e la forma di partecipazione di ciascuno alle spese comuni. Ovviamente, a ciò si potranno aggiungere le clausole dirette a regolare i rapporti patrimoniali che riguardano il mantenimento, l’istruzione e l’educazione dei figli, le modalità, anche qui, di concorso alle spese e alle decisioni.

Cosa scriveranno quindi i partners.

La prima cosa sarà certamente quella di stabilire la scelta del regime patrimoniale, se la comunione, se la separazione dei beni.

Che cosa comportano l’una e l’altra?

La separazione dei beni è il regime in virtù del quale ciascun partner rimane esclusivo titolare ed amministratore di ogni acquisto che abbia effettuato durante la convivenza, senza ingerenze da parte dell’altro partner. Al contrario, la comunione dei beni prevede che tutti gli acquisti effettuati anche separatamente dalla coppia in regime di convivenza, salvo i beni strettamente inerenti l’attività professionale dei partners o quelle ereditati, divengono di proprietà comune in misura paritaria.

Per la Legge Cirinnà il regime patrimoniale tipico della convivenza è quello della separazione dei beni: pertanto, se la coppia intendesse applicare il regime di comunione, è assolutamente necessario rivolgersi al notaio o all’avvocato per scrivere il contratto di convivenza che disponga la regola patrimoniale della loro vita in comune.

Più in generale, attraverso il contratto di convivenza le Parti stabiliranno:

  • il modo con il quale entrambe concorreranno a sostenere le necessità della vita in comune e parteciperanno alle spese, anche proporzionalmente all’attività lavorativa domestica ed extradomestica;
  • il modo in cui definiranno il rapporto patrimoniale nel caso di cessazione della convivenza, con le divisioni e le assegnazioni che evitino la possibilità di conflitto e di liti giudiziarie.

Importante potrebbe poi essere il contratto di convivenza per determinare il diritto dell’uno o dell’altro partner di ricevere un assegno di contributo al mantenimento in caso di separazione e cioè una sorta di “garanzia per il futuro”, posto che la legge non prevede quel diritto ma solo il fatto che, in caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti – e cioè qualcosa di ben differente dall’assegno di mantenimento – qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile.

Infine, occorre ricordare che il contratto di convivenza non riguarda invece i diritti successori. Bisogna tenere a mente che il convivente non è considerato erede legittimo del partner e pertanto le cautele che si vorranno prendere per assicurare la successione dovranno essere assunte mediante una saggia gestione patrimoniale regolata anche dal contratto di convivenza o mediante testamento per la quota disponibile, qualora si sia in presenza di eredi legittimi.

Per i contratti di convivenza e per qualunque cosa non fosse ancora del tutto chiara rivolgetevi serenamente all’avvocato, o al notaio, e potrete avere un panorama completo.

PERCHÉ L’AVVOCATO?

Non è tanto “perché l’avvocato?” quanto “quale avvocato”.

L’avvocato è necessario perché così vuole il codice e perché, normalmente, sa come e cosa fare per districarsi fra le regole e le procedure. Più difficile è trovare l’avvocato adatto a sé e al proprio caso. Il consiglio, quindi, è uno solo: cercate competenza e chiarezza.

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Approfondimento a cura di Roberto Sparpaglione.

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